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Storia della pizza

Dalla notte dei tempi, l'umanità ha cercato nel pane non solo sostentamento, ma anche un'espressione della propria cultura, del proprio ingegno e della propria anima. E in questo vasto e millenario racconto di cereali, acqua e fuoco, emerge un capitolo che risplende con un fulgore tutto particolare: quello della pizza. Non un semplice piatto, ma un archetipo, un ponte tra il passato remoto e il presente globalizzato, un mosaico di sapori che evoca la storia, l'ingegno e la passione di un intero popolo. La pizza, quintessenza della cucina italiana, non è soltanto un impasto lievitato coronato da pomodoro, formaggio e un'infinità di altri ingredienti, cotta ad altissime temperature, tradizionalmente nel cuore ardente di un forno a legna. È una poesia gastronomica, un inno alla semplicità e alla perfezione. La sua risonanza è tale che, in ogni angolo del globo, si è affermata come uno degli alimenti più amati e diffusi, una celebrazione del gusto che trascende confini e culture. Si trova nelle pizzerie eleganti, nei ristoranti mediterranei, arriva comodamente a domicilio, o si gusta, rapida e deliziosa, come cibo di strada. In Italia, la consuetudine la vuole servita intera, non tagliata, e l'esperienza del gustarla passa attraverso la sapiente danza di coltello e forchetta, un rituale che ne onora la composizione. Ma in contesti più informali, l'impasto cedevole e i sapori vivaci si offrono alle mani, tagliati a spicchi, in un gesto di condivisione e immediatezza. La sua ubiquità si estende anche agli scaffali dei supermercati, dove si presenta in forme diverse, surgelata o in kit per l'assemblaggio casalingo, pronta per essere animata dal calore del forno domestico. Nel 2017, il mercato globale della pizza ha raggiunto la stupefacente cifra di 128 miliardi di dollari, con gli Stati Uniti a guidare con 44 miliardi, distribuiti su 76.000 pizzerie, a testimonianza di un amore che, per il 13% della popolazione americana sopra i due anni, si traduce in un consumo quotidiano. Una storia di successo, certo, ma le sue radici affondano molto più in profondità di quanto si possa immaginare. Le Corde Segrete del Linguaggio: Alla Ricerca del Primo Accento di "Pizza" Il primo sussurro documentato della parola che oggi riconosciamo come "pizza" risuona tra le mura del tempo, esattamente nel maggio del 997 d.C. Un manoscritto latino, il Codex diplomaticus Caietanus, custodito nella città laziale di Gaeta, all'epoca ancora parte dell'Impero Bizantino, ne è il custode. Questo documento notarile narra di un inquilino che doveva versare al vescovo di Gaeta, come tributo annuale, "duodecim pizze" (letteralmente, 'dodici pizze'), una spalla e un rene di maiale a Natale, e dodici pizze con una coppia di polli a Pasqua. Questa è la nostra primissima testimonianza, un flash dal passato che ci lega direttamente a quel piatto. Ma da dove trae origine questa parola così iconica? L'etimologia, come spesso accade per termini così antichi e diffusi, è un labirinto di ipotesi affascinanti. Una delle teorie più accreditate suggerisce una derivazione dal greco bizantino e dal tardo latino pitta (o pitta), che trova un'eco nel moderno pitta bread greco e nella pitta pugliese e calabrese (allora territori dell'Italia bizantina), un pane rotondo e piatto, cotto ad alta temperatura, talvolta arricchito da condimenti. La parola pitta stessa potrebbe discendere dal greco antico πικτή (pikte), che significa 'pasta fermentata', latinizzata poi in picta, oppure da πίσσα (pissa, attico: πίττα, pitta), 'pece', o ancora da πήτεα (pḗtea), 'crusca' (πητίτης, pētítēs, 'pane di crusca'). Un'altra linea di pensiero, delineata nel Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, la riconduce al dialettale pinza, che significa 'morsetto', proprio come il moderno italiano 'pinze'. L'origine di questi termini si troverebbe nel latino pinsere, ovvero 'pestare, pigiare'. Non meno intrigante è la teoria che vede l'influenza della parola longobarda bizzo o pizzo, traducibile con 'boccone' (affine ai termini inglesi bit e bite), introdotta in Italia a metà del VI secolo d.C. dalle invasioni longobarde. Lo spostamento consonantico da b a p potrebbe essere spiegato dalla mutazione consonantica dell'alto tedesco, e in questo contesto si nota come in tedesco la parola Imbiss significhi 'spuntino'. Colui che, con maestria e passione, dà vita a questa meraviglia è noto come pizzaiolo. È interessante notare come la parola "pizza" sia stata introdotta nell'inglese solo negli anni '30 del Novecento; prima di acquisire la sua fama attuale, era spesso chiamata "tomato pie" dagli anglofoni, un nome che ancora oggi sopravvive in alcune varianti regionali. Antiche Radici e Leggende Incrociate: I Progenitori della Pizza La storia della pizza, nella sua concezione più ampia, affonda le radici in un passato ben più remoto del primo documento gaetano, quasi confondendosi con la storia stessa della civiltà. Fin dal VI secolo a.C., i soldati persiani dell'Impero Achemenide, sotto il regno di Dario il Grande, cuocevano focacce piatte con formaggio e datteri sui loro scudi da battaglia. Nello stesso periodo, gli antichi Greci arricchivano il loro pane con oli, erbe e formaggio. È l'alba di un'idea, quella del pane come base per altri sapori. Una delle prime e più suggestive allusioni a un cibo simile alla pizza si trova nell'epopea virgiliana dell'Eneide. Nel Libro III, la regina delle Arpie, Celeno, profetizza ai Troiani che non avrebbero trovato pace finché la fame non li avesse costretti a "mangiare le loro stesse tavole". Più avanti, nel Libro VII, Enea e i suoi uomini vengono serviti con un pasto che include focacce rotonde (simili al pane pita) condite con verdure cotte. Solo dopo aver consumato anche la base di pane, i Troiani realizzano, con stupore, di aver mangiato le "tavole" profetizzate da Celeno, un momento di rivelazione culinaria e mistica. Questa narrazione epica ci mostra come l'idea di utilizzare il pane come "piatto" o "base commestibile" sia antica quanto la letteratura stessa.E il passato continua a parlare, rivelando nuove connessioni. Nel 2023, gli archeologi hanno portato alla luce a Pompei un affresco che sembra raffigurare un piatto simile alla pizza, affiancato ad altri generi alimentari su un vassoio d'argento. Il ministro della cultura italiano ha commentato che potrebbe trattarsi di "un lontano antenato del piatto moderno". Questi ritrovamenti, queste leggende e questi documenti, pur nella loro diversità, dipingono un quadro affascinante di come l'idea di una base di pane condita sia un fil rouge che attraversa millenni di storia umana, culminando, almeno per quanto riguarda il nome, nella "pizza" del 997 d.C. di Gaeta. La Nascita del Mito Moderno: Napoli e la Margherita La pizza moderna, quella che oggi riconosciamo e amiamo, ha iniziato a prendere forma e sostanza a Napoli, in Italia, tra il XVIII e l'inizio del XIX secolo, evolvendo da simili piatti di focaccia. Prima di questo periodo, le focacce erano spesso condite con ingredienti semplici ma sostanziosi come aglio, sale, strutto e formaggio. Il momento esatto in cui il pomodoro, oggi elemento imprescindibile, fece il suo ingresso trionfale sulla scena è avvolto nel mistero e da molteplici rivendicazioni contrastanti. Ciò che è certo è che non poté accadere prima del XVI secolo, con l'arrivo del cosiddetto Scambio Colombiano, che portò il pomodoro dalle Americhe in Europa. Per decenni, la pizza fu venduta da bancarelle all'aperto e da fornai ambulanti. Fu solo intorno al 1830 che le pizzerie di Napoli iniziarono a dotarsi di "stanze" con tavoli, offrendo ai clienti la possibilità di sedersi e gustare le loro pizze sul posto, trasformando un cibo da strada in un'esperienza più strutturata. E poi, c'è la leggenda, quella che ha contribuito a cementare la pizza nel pantheon della gastronomia mondiale: la nascita della Pizza Margherita. La storia popolare vuole che nel 1889, il Palazzo Reale di Capodimonte commissionò al pizzaiolo napoletano Raffaele Esposito la creazione di una pizza in onore della Regina Margherita di Savoia, in visita a Napoli. Delle tre pizze che Esposito creò, la regina pare predilesse in modo particolare quella i cui colori richiamavano la bandiera italiana: il rosso del pomodoro, il bianco della mozzarella e il verde del basilico. Si dice che questa pizza fu allora battezzata in onore della regina, con tanto di lettera ufficiale di riconoscimento dal "capo servizio" della sovrana, ancora oggi esposta nel locale di Esposito, ora noto come Pizzeria Brandi. Tuttavia, ricerche successive hanno gettato un'ombra di dubbio su questa affascinante narrazione, mettendo in discussione l'autenticità della lettera di riconoscimento. Si è evidenziato come nessun media dell'epoca abbia riportato la presunta visita reale e che sia la storia che il nome "Margherita" siano stati promossi per la prima volta solo tra gli anni '30 e '40 del secolo scorso. Indipendentemente dalla veridicità della leggenda, essa ha indubbiamente contribuito a forgiare l'identità e il fascino della pizza, rendendola immortale. L'Orizzonte si Espande: La Pizza Conquista il Mondo La vera epopea globale della pizza inizia con le ondate migratorie. Alla fine del XIX secolo, gli immigrati italiani portarono la pizza negli Stati Uniti, dove si radicò inizialmente nelle aree in cui si concentravano le loro comunità. La prima pizzeria del paese, "Lombardi's", aprì a New York City nel 1905, segnando l'inizio di una rivoluzione gastronomica. Gli italo-americani, migrando da Est a Ovest, portarono con sé il piatto, e da lì, la versione americana della pizza fu esportata nel resto del mondo, plasmando gusti e aspettative su scala planetaria. Nel Regno Unito, la pizza fece la sua comparsa dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando gli immigrati italiani aprirono ristoranti italiani a Londra. Ma fu con Peter Boizot, un imprenditore inglese che aveva assaporato l'autentica pizza napoletana durante un viaggio in Italia nel 1948, che il piatto si affermò con forza. Boizot aprì la prima nota pizzeria di Londra, "PizzaExpress", nel 1965. La sua catena si espanse rapidamente a oltre 500 locali nel Regno Unito e in Irlanda, per poi spingersi oltreoceano, dimostrando la contagiosa universalità del suo appeal.Riconoscimento e Patrimonio: La Pizza Napoletana Custodita La pizza non è solo un cibo, è un patrimonio. Questa consapevolezza ha portato, nel 1984, alla fondazione dell'Associazione Verace Pizza Napoletana, un'organizzazione senza scopo di lucro con sede a Napoli, dedicata a promuovere e tutelare la tradizione. Il suo impegno ha dato frutti significativi. Nel 2009, la pizza napoletana è stata registrata presso l'Unione Europea come "specialità tradizionale garantita" (STG), un riconoscimento che ne salvaguarda l'autenticità e il processo produttivo. Ma la sua importanza va oltre il palato. Nel 2017, l'arte di fare la pizza napoletana è stata inclusa nella lista UNESCO del patrimonio culturale immateriale dell'umanità. Questo non è un riconoscimento del piatto in sé, ma della maestria, della tradizione, dei gesti e della cultura che si celano dietro ogni singola pizza, un omaggio ai pizzaioli che con le loro mani e la loro passione portano avanti una storia millenaria. È la celebrazione di un sapere antico, tramandato di generazione in generazione, che ha saputo evolvere senza perdere la sua anima più profonda. La pizza, nelle sue molteplici varianti, è diventata un pilastro della gastronomia mondiale. Ogni fetta, ogni morso, è un viaggio attraverso la storia, un omaggio all'ingegno umano e alla capacità di trasformare pochi, semplici ingredienti in un'esperienza culinaria straordinaria. Dalle focacce degli antichi Persiani al calore del forno a legna napoletano, dal documento del 997 d.C. alle luci scintillanti delle pizzerie di New York o Londra, la pizza continua a raccontare la sua epopea, un racconto di gusto, tradizione e di una passione che non conosce tramonto. E mentre la gustiamo, sia con posate eleganti o semplicemente con le mani, stiamo partecipando a una storia che è vecchia quasi quanto il tempo stesso, un patrimonio che appartiene a tutti, ma che batte, indubitabilmente, nel cuore dell'Italia.#PizzaNapoletana #StoriaDellaPizza #CucinaItaliana #PatrimonioUNESCO #GiovanniLuigi